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CARLO VENTURINI
visto da Licio Damiani


 
   
 
 



 
Ritorno alla pittura,recupero di memorie,vitalismo selvaggio:sono altrettante definizioni che si possono dare dell'opera di Carlo Venturini.Il tempo presente e il tempo passato / Sono forse presenti entrambi nel tempo futuro, E il tempo futuro è contenuto nel tempo passato. / Se tutto il tempo è eternamente presente / Tutto il tempo è irredimibile. / "Ciò che poteva essere" è un 'astrazione / Che resta una possibilità perpetua /Solo nel mondo delle ipotesi."L'epos della persistenza del passato nel presente, con cui si apre il primo dei Quattro quartetti di Thomas S.Eliot, sorregge tutta la visione di Venturini.
La corporeità, secondo Domenico Cerroni Cadoresi, di questa pittura passa attraverso i filtri del tempo e si nutre dei suoi "sali minerali", come l'acqua sotterranea scorrendo attraverso le ghiaie e gli strati geologici. E la nostalgia della "donna originaria", il desiderio di
 
 
restituire al corpo femminile l'aura perduta si incarna del drammatico confronto con la modernità. Un confronto non dialettico, ma emozionale,"gonfio di linfe e di raggi", citando un altro poeta, Arthur Rimbaud, capace di racchiudere "il grande formicolio di tutti gli embrioni" e di ricreare il mito perduto, dimenticato,esiliato. Di immagini femminili, certamente, i mass-media di oggi sono prodighi fino alla ripetitività ossessiva. Ma sono immagini di consumo, devitalizzate, ripetitive, inespressive, effimere confezioni liofilizzate
Accantonando la donna-oggetto levigata, Venturini ne riscopre la "terrestrità creatrice", la solarità ebbra di sensuali enigmi. Ed ecco allora il recupero dei temi iconografici classici,per via di istinto e non di straniante citazione erudita,Venturini raccoglie, sotto certi aspetti, l'appello rivolto di recente dal poeta Giuseppe Conte agli artisti a "ricominciare ad essere costruttori di miti" a cercare, dopo l'età delle elusioni, le "rifioriture e il riaffluir dei sogni".Quadri come il Centauro e la ninfa, la Leda e il cigno,le metamorfosi vegetali della favola di Dafne, i Nudi sulla spiaggia roridi di luce, di carnalità e di seduzioni, calano la favola classica nel tessuto irto e pulsante di un'attualità stravolta, e questa attualità si libera dalle contingenze storiche, ritrova un qual elemento fondante: il mito, appunto, intenso nel significato di unitario
raccordo esistenziale, di polo capace, con la sua forza centripeta, di evitare la frammentazione, la perdita, l'isterilimento di sovrapposti suggerimenti, echi, tentazioni, pulsioni. "Ritorno all'ordine" (ma a un ordine "scompigliato" e dinamico) può esprimere, allora, il bisogno della ricomposizione di una totalità perduta. Venturini attinge anche ad altri percorsi dell'arte, più recenti nel tempo, e li rinnova forzandone dall'interno gli schemi. Attinge, in larga misura, alle iconografie liberty: fantastici e mostruosi intrecci vegetali e animali, ali bianche fonte su corpi sinuosi e caldi di desideri, cespi di fogliame, flabelli di palmizi, mostruosi pesci di favola incandescente, aquile, rane, scimmie, grifoni, balzar di lepri fissate contro la purezza del cielo e delle nubi, donne solari, donne fiammeggianti e di scarmigliata bellezza, donne incoronate da serti frondosi. Nella ripresa del motivo orizzontale dell'Ofelia shakespeariana, caro agli arti.isti preraffaelliti e dell'"art nouveau", il rapporto fanciulla-natura non si attua, tuttavia, sul metro della stilizzazione purista e idealizzantc di un Millais; si fa grido ed estasi nuda, primitiva gioia popolaresca passata quasi, per le turgide grafie guttusiane. Venturini, insomma, non compie operazioni mirnetiche, o di calco, dei linguaggi del passato. Se ne alimenta, certo, ma li usa come supporti per dire la propria esigenza di vivere con pienezza il presente, di riscoprirne il potenziale di fantasia e per liberarlo, paganamente, da vischiosità e condizionamenti. Il suo linguaggio si sviluppa su un linearismo incisivo, flessuoso come rami di vincastro, si innerva di cromatismi tumultuosi e incandescenti di robustezze paesane che fanno affiorare con forza dirompente le radici del sentire in un mondo piegato dall'artificio dove tutto, anche il rapporto con la natura, sembra costruito in laboratorio.I calligrammi, gli ornati, gli arabeschi, gli elementi architettonici orientali, i flabelli di palmizi che fanno da sfondo alla figura, non proiettan quest'ultima in una cornice di sublimante astrazione decorativa secondo gli stilemi del floreale; suggeriscono, invece, il mistero che adombra la figura, impostata volumetricamente per ricavarne un rinnovato effetto di magico realismo. Una magia che emana dalla tela con lo sguardo profondo dell'araba nero-velata, doppio della fanciulla in rosso, campeggiante in una delle tele più misteriose e sconvolgenti di Venturini.Lo stupore, nell'artista gemonese, lungi dal nascere dall'evocazione di cose morte, dall'apparizione di cose lontane, come avveniva per i pittori del Novecento italiano, deriva dall'intendimento di estrarre dal turbinio di sensazioni scoordinate e caoticamente sovrapposte un qual faustiano, folgorante, "attimo fuggente".
La forma si fa epifania di quella molteplicità "cubistica" di flussi di coscienza che sostanziano l'immaginario contemporaneo di raffinatezze edeniche, cartellonistiche voluttà, deliri psichedelici, riporti dal fumetto, magmi gestuali, visionarietà surreale, scampoli veristici. Un "barbarico" vortice figurale attraverso il quale ricomporre le contraddizioni e ritrovare, sul filo del sogno e dell'ironia, quel fuoco dionisiaco nascosto dai bizantinismi critici, dalle ceneri minimaliste di negazioni e ripulse.

Licio Damiani
 
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